20 maggio 2013,
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s01VILLA CON PISCINA NELLA CAMPAGNA VICENTINA
da COSTRUIRE IN LATERIZIO marzo 1994
di Mario Pisani

Chi percorre distrattamente la statale che, uscita da Vicenza verso nord, si dirige a Marostica (la città murata nota per il gioco degli scacchi) in un territorio ricco di prezione testimonianze del passato, passando nei pressi dell’abitazione, oggetto della presente nota, assai difficilmente intuisce cosa si cela oltre il muro di cinta. Ciò che si intravede dal cancello di casa Zanotto sembra infatti la tipica residenza padronale – restaurata di recente con gusto e senza alterazioni, in osservanza delle teorie più aggiornate per quanto concerne questo argomento – immersa in una campagna silenziosa e piatta su cui si stagliano filari di platani e ciuffi di altre essenze arboree, fronteggiata dalle classiche barchesse, tettoie costruite vicino alla casa colonica per custodirvi i prodotti della terra e gli animali.

Certamente né il tono generale dell’impianto, né i materiali impiegati raggiungono le note alte toccate dalla produzione del Palladio – che proprio a Vicenza inizia la sua lunga attività – immortali capolavori che rielaborano, alla luce della natura del suo tempo, i modelli classici, disseminati non lontano da questi luoghi, nella campagna veneta. Ville che purtroppo in molti casi si trovano in stato di desolante abbandono.
Eppure si intuisce che il primo artefice conosceva assai bene le regole delle proporzioni tra le parti, del costruire in modo sobrio, facendo esprimere al meglio i materiali, anche i più umili che aveva a disposizione.
L’inclemenza del tempo e l’incuria degli uomini hanno trasformato quell’impianto colonico, con stalle e fienile, che certamente doveva essere stato brulicante di vita, in ambienti vuoti, dove era entrato l’abbandono.
I tetti mostravano ampi squarci mentre i coppi, come per effetto dei contraccolpi ricevuti, si addossavano l’uno all’altro, non seguendo l’orditura regolare; le murature, che per ampi tratti avevano perso l’intonaco, lasciavano intravedere i mattoni sottostanti

metra apparivano preoccupanti crepe che, a lungo andare, avrebbero messo a dura prova la stessa stabilità della costruzione.
Insomma i nuovi proprietari avevano rilevato una sorta di rudere pericolante che la sensibilità ed il gusto di Mirko Amatori, progettista di numerose opere degne di interesse, rispettose dei luoghi e delle tradizioni, disseminate tra Vicenza e dintorni, hanno richiamato a nuova vita e agli splendori del passato.
L’architetto, con pazienza e tenacia, è riuscito a restaurare la casa colonica, ristrutturandola secondo le necessità dell’oggi e a ricavare nelle stalle e nel fienile altre tre abitazioni.
Inoltre, ispirandosi ai modelli palladiani, ha raggiunto un corpo di fabbrica, destinato a garage, che crea come per magia un’aia, una piccola piazzetta, impreziosita da una piscina fontana che chiude il lato opposto e pone in armonia i diversi volumi, inventando una situazione urbana, un piacevole dialogo tra le diverse parti.
Sembra quasi che la chiave del tutto sia il segreto, la riservatezza, lo scoprire i diversi interventi un po’ per volta: per goderli con sorpresa. Le stalle, poi, destano meraviglia per l’idea di salvare il grande tetto e la regolare disposizione dei pilastri di sostegno, trasformate in contenitore per altre due abitazioni che si collocano, appunto, nel suo perimetro e sotto la magnifica copertura.
Questa mantiene la pendenza originale e mostra, a chi si avventura sotto la sua ombra, l’andamento regolare dell’orditura: le consistenti travi in legno, quelle maestre, che scaricano sui pilastri di mattoni altre travi – le mezzane – montate perpendicolarmente alle prime, ed i correnti che si appoggiano sulle ultime; infine i mattoni su cui si colloca il manto degli embrici.
Ed ancora stupisce la forma sinuosa che raccoglie sul fronte dell’aia i due volumi destinati a residenze, creando una piacevole dissonanza con la rigidità dell’impianto che contiene. Di fronte a quelle superfici curve, impreziosite dallo stucco alla veneziana, che suscita il desiderio di accarezzare le murature, la memoria corre ad altri esempi, ad iniziare da alcune esperienze di Richard Meier, uno dei Five, molto attento al linguaggio lecorbusiano, in cui una tessitura regolare si rompe per scoprire un’altra forma.
In questo caso rafforza la capacità dell’impatto l’essere una casa nella casa: l’archetipo della capanna che si misura con l’innovazione trovando delle regole generali che permettono, all’una e all’altra, non solo di convivere, ma di esaltare il proprio specifico.
L’elenco dei fatti caratterizzanti l’opera di Amatori potrebbe continuare descrivendo l’organizzazione degli interni, i pregevoli materiali impiegati, i mobili disegnati per l’occasione e realizzati con passione da artigiani che meritano d’essere citati, ma interessa maggiormente segnalare la metodologia messa a punto dall’architetto che, con sensibilità e rigore, piuttosto che demolire le tracce del passato, di perdere la memoria di ciò che si insediava in quel luogo, per lasciar campo libero alla propria fantasia, ha preferito misurarsi nel difficile e sovente oscuro lavoro di restaurare e ristrutturare.
I risultati conseguiti gli hanno dato ragione.

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