30 gennaio 2014,
 Off

In un’affascinante dimora del centro storico, ricavata dalle ex scuderie di un palazzo rinascimentale, l’architetto Mirko Amatori ha coniugato la scenografia della sua professione e l’iconografia, ricordo dei suoi viaggi.

A volte, passeggiando per le strade del centro storico, ci si imbatte in palazzi chiusi e all’apparenza impenetrabili, custoditi da grandi portoni che solo raramente lasciano intravvedere i sorprendenti giardini fioriti ed atri ordinati all’interno. Ma se si potesse osservare la città dall’alto, scopriremmo piccoli angoli di campagna e meraviglie segrete, roseti in fiore e bianchi gelsomini, pozzetti ottocenteschi ed alberi secolari. All’interno di uno di questi palazzi, adiacente un’antica chiesa oggi trasformata in scuola elementare, ha scelto di vivere l’architetto Mirko Amatori con la sua famiglia, ricavando dalle antiche scuderie del ‘700 un appartamento che è allo stesso tempo una dichiarazione di poetica sull’arte dell’architettura. Acquistando a metà anni ’80 in condizioni fatiscenti, i quattro anni di ristrutturazione sono stati un percorso in divenire in cui la professione è andata a braccetto con la passione. Il progetto ha voluto sfruttare i volumi originali (vedi il tetto a 9 metri di altezza) per poi inserire forme organiche che portassero un certo movimento ad una struttura inizialmente statica, dove il gioco tra profondità ed altezza creasse un effetto di dinamismo inusuale. Una scelta coraggiosa ma riuscita, da collocare nella visione complessiva che il committente-progettista aveva in principio: una casa da vivere, dove natura e cultura si mescolino in un costante osservarsi reciproco, dove i pavimenti di legno e pietra creino un gioco in cui i materiali richiamino all’origine povera senza mai perdere in dignità, grazie anche al contributo di giovani artisti.
La filosofia che ha sostenuto questo restauro è un po’ quella che accompagna Mirko Amatori nelle scelte che applica quotidianamente sul tavolo da lavoro, cercando di valorizzare il contenuto emozionale indipendentemente dal valore economico dei materiali usati. A dimostrazione di ciò, la scelta di decorare una parte del tetto (corrispondente all’ex portico) con rombi bianchi dipinti a mano sulle tavelle di cotto ha ottenuto uno straordinario effetto cromatico, chiaro riferimento allo storico portico esterno della chiesa di S. Agostino a Vicenza.

Una casa con una dimensione del ricordo e della memoria piuttosto forte, non solo nelle scelte dei pavimenti (legno vecchio) o nelle finiture (pietra di Vicenza), ma anche nell’arredo, che alterna elementi dal raffinato gusto francese come le boiserie in stile neoclassico, ai severi busti toscani o all’arazzo di un’antica sacrestia che ci accoglie all’entrata, protraendosi verso l’alto.

Ed è proprio qui che finisce lo sguardo dell’ospiete curioso: verso un soffitto a 9 metri di altezza che si eleva sfruttando i giochi di luce e facendosi accompagnare da una libreria su soppalco perimetrale. Qui in alto si domina un living privo di quadri, magari con un libro in mano per lasciarsi tentare dalla lettura.

A parlare e raccontare storie di uomini e popoli sono invece calchi in gesso, terre cotte, trofei di caccia o piccoli e grandi Pinocchi collezionati da Raffaella Amatori. Pinocchio è un pupazzo emblema dell’uomo ed è proprio grazie ai suoi difetti – che lo rendono un personaggio vero – che trova spazio in casa, perché questa è una casa vera, vissuta. Una casa in cui si respira il profumo dei viaggi nella savana africana o nei boschi austriaci dove Mirko Amatori si ritira con amici per qualche battuta di caccia mitteleuropea, una particolare forma di selezione auspicata anche dagli ambientalisti. E sottolinea: “Lassù, a 2000 metri di altitudine, trovo il mio psicanalista personale: un piccolo rifugio in legno al limite della foresta, dove al posto del traffico si sente il rumore della natura. Bastano poche ore in quel contesto per sentirsi rigenerati”.

Oltre all’amore per i tranquilli boschi austriaci e la terra madre africana, nella famiglia Amatori si respira aria di viaggio da sempre, a maggior ragione da quando i figli Umberto e Sara (28 e 30 anni) sono diventati degli international workers contemporanei, in continuo movimento tra Roma, Londra e New York. Le loro passioni trasversali che vanno dalla barca a vela alla scrittura, dallo sport alla cucina, sono sempre protagoniste quando ritornato a Vicenza, assumendo indifferentemente forma di racconto o di prodotto tipico. Come quelli presenti in cucina, dove domina l’antico camino in pietra di Vicenza con bassorilievi lavorati a mano. Spesso epiche cene allo spiedo o di pomeriggi autunnali all’insegna delle castagne.

La cucina è infatti uno degli spazi più vissuti, grazie anche al collegamento diretto al giardino attraverso porte finestre che dispensano luce in quantità. Perché la cucina, come in ogni casa veneta che si rispetti, non è solo uno spazio della casa, ma un ver e proprio luogo di convivialità in cui la famiglia e gli amici si ritrovano prima di darsi l’ennesimo arrivederci, alla vigilia di un viaggio che porterà lontano, ma che, come sempre, aspetterà il ritorno a casa.

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